CHI SIAMO

Famiglie, ma non solo,
che credono che vivere
sia stare sotto una tenda,
provvisoria e mobile,
aperta all’ospitalità
e pronta ad accogliere
chi passa vicino.

L’assoluto si gioca nella prossimità,
nel semplice gesto di accoglienza o rifiuto
(E. Lévinas)

Il mondo contemporaneo è segnato dalla mobilità: sempre più persone si spostano, cercando qualcosa o fuggendo da qualcos’altro. Si possono chiudere le porte, alimentando il disagio e il conflitto, oppure aprirle, nella convinzione che l’ospitalità sia la condizione del dialogo e della fraternità. E’ una strada difficile, ma non tentarla presenta ancora più rischi.

COSA FACCIAMO
In collaborazione con la Caritas (diocesana e italiana) e grazie alla generosa ospitalità dell’Istituto secolare Figlie di S. Angela Merici, Compagnia di S. Orsola, abbiamo sistemato questa struttura per ospitare famiglie di migranti, offrendo loro una sistemazione temporanea e un vicinato attento, ispirato all’ascolto e alla condivisione, in vista di un loro inserimento nel tessuto sociale cittadino.

Con loro cerchiamo anche di promuovere una riflessione sui temi dell’ospitalità, della migrazione, del dialogo tra le culture, della riconciliazione, perché crediamo che azione e parola si alimentino a vicenda, e che sia importante contribuire alla costruzione di una cultura sensibile alla questione dell’Altro.

Pensiamo che ospitalità sia parola di reciprocità: si entra in una relazione dove tutti danno e ricevono, e dove lo sguardo sulla realtà si trasforma. Non si offre un servizio ma si inizia un’avventura che ci porta più vicino al cuore pulsante del nostro tempo.

Pensiamo che quello della bellezza sia un linguaggio universale, che ciascuna cultura parla a modo suo e può trasmettere nell’incontro. Bellezza è anche saper fare, saper trasformare i materiali in opere attingendo da tradizioni antiche e rinnovandole. In questo i nostri ospiti hanno molto da insegnarci.

Pensiamo che senza una dimensione spirituale, aperta a culture e religioni diverse, non sia possibile affrontare le sfide di questo tempo. Perché solo lo spirito solleva dalle urgenze e dalle emergenze e apre orizzonti più ampi, dove le differenze appaiono unite in un comune destino.

PERCHE’ QUESTO NOME

Una parola di una lingua altra, che peraltro esprime una profonda verità della nostra fede, ci mette tutti sullo stesso piano, stranieri e non. Una parola non immediatamente comprensibile va controcorrente rispetto agli slogan facili, memorizzabili, efficaci ma poveri di significato cui siamo ormai abituati.

Di fronte alla lingua greca siamo tutti stranieri, anche se molte
civiltà sono legate alla cultura che quella lingua esprime. Un termine non immediatamente comprensibile può sollecitare una domanda, uno sforzo di comprensione, un movimento di curiosità, una ricerca di significato.
Un termine che viene dal prologo del vangelo di Giovanni:

Κα  λόγος σρξ γένετο κα σκήνωσεν ν μν

Dal  verbo σκηνόω da cui σκηνή (skenè) tenda 

Nella traduzione italiana la frase di Giovanni è “E il verbo si fece carne e venne ad abitare i mezzo a noi”. La traduzione letterale sarebbe “piantò la sua tenda in mezzo a noi”, oppure “si fece tenda per noi”, dal momento che σκηνόω è il verbo di cui σκήνωσεν è il passato, viene da σκηνή (skenè) che vuol dire “tenda”.

Eskênôsen è un verbo, indica quindi un’azione, un movimento, un farsi vicino e accogliente. In tutti i casi, in questo breve passo sono riassunti gli aspetti che vogliamo mettere al centro della nostra ispirazione. Prima di tutto la corporeità: la parola si è fatta carne, e l’essere soggetti corporei è il nostro modo di abitare il mondo, la condizione del nostro essere, il limite e la risorsa del nostro vivere.

Poi il “farsi tenda” della parola (dello spirito), che accogliendoci e dandoci una casa ci invita a praticare a nostra volta l’accoglienza: non si può infatti dare ciò che non si è ricevuto, mentre quando si è vissuto qualcosa di bello si desidera renderne partecipi altri. Infine, la provvisorietà e la mobilità della tenda, che dice insieme uno stare e un essere disposti a lasciare, e che è la condizione della libertà.

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