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Famiglie, ma non solo, che credono che vivere sia stare sotto una tenda, provvisoria e mobile, aperta all’ospitalità e pronta ad accogliere chi passa vicino.
Il mondo contemporaneo è segnato dalla mobilità: sempre più persone si spostano, cercando qualcosa o fuggendo da qualcos’altro. Si possono chiudere le porte, alimentando il disagio e il conflitto, oppure aprirle, nella convinzione che l’ospitalità sia la condizione del dialogo e della fraternità. E’ una strada difficile, ma non tentarla presenta ancora più rischi.
Una parola di una lingua altra, che peraltro esprime una profonda verità della nostra fede, ci mette tutti sullo stesso piano, stranieri e non. Una parola non immediatamente comprensibile va controcorrente rispetto agli slogan facili, memorizzabili, efficaci ma poveri di significato cui siamo ormai abituati.
Di fronte alla lingua greca siamo tutti stranieri, anche se molte
civiltà sono legate alla cultura che quella lingua esprime. Un
termine non immediatamente comprensibile può sollecitare una
domanda, uno sforzo di comprensione, un movimento di curiosità, una
ricerca di significato.
Un termine che viene dal prologo del vangelo di Giovanni:
Kai o logos sarx egeneto kai eskhnwsen en hmin
Nella traduzione italiana la frase di Giovanni è “E il verbo si fece carne e venne ad abitare i mezzo a noi”. La traduzione letterale sarebbe “piantò la sua tenda in mezzo a noi”, oppure “si fece tenda per noi”, dal momento che skhnow il verbo di cui eskhnwsen è il passato, viene da skhnh che vuol dire “tenda”.